Recensione: L’amore ai tempi del colera

L’amore ai tempi del colera

aac3b2ffcfc4a18a45ddc0392b59837d.jpgRegia: Mike Newell
Sceneggiatura: Ronald Harwood
Cast: Javier Bardem, Giovanna Mezzogiorno, Liev Schreiber, John Leguizamo, Benjamin Bratt

Ennesima trasposizione sul grande schermo di un’opera letteraria ed ennesima volta che un lavoro di Gabriel García Márquez si tramuta in film (numerose le sue collaborazioni come autore, soprattutto per quanto riguarda i film destinati al solo mercato televisivo), trattandosi tuttavia, in questo caso, di uno dei suoi romanzi più “ottimisti”, è presente, infatti, un “lieto fine”, che raramente ha contraddistinto le opere dello scrittore.
Partiamo subito col dire che l’adattamento per opera di Ronald Harwood (già sceneggiatore per Polanski in “Oliver Twist” e in “Il pianista” e co-autore del prossimo “Australia” di Baz Luhrmann) non ha dato i frutti sperati, il film è prolisso all’inverosimile e ad eccezione di alcuni momenti il tutto scorre nella più densa monotonia.
Trama semplice e lineare, storia di Florentino Ariza (un magnifico Javier Bardem) che si innamora della giovane Fermina e per tutta la vita cerca di farla sua, rimanendole a suo modo fedele.
Ma andiamo con ordine, sin dall’apertura Newell rende omaggio al Sud America con dei titoli di testa che sembrano usciti direttamente da un quadro di Gauguin, in sottofondo la voce di Shakira e le musiche di Antonio Pinto, che il più delle volte si ritrovano ad infastidire la visione più che ad accompagnarla, sovrapponendosi alle parole degli attori, anche quando si tratta delle più consone ballate che richiamano l’ambientazione latino-americana.
L’unico pregio del film è l’ottima interpretazione di Javier Bardem, calatosi completamente nella parte al punto da risultare veramente un’“ombra”, così come bravi sono gli altri due interpreti maschili, Benjamin Bratt (anche se un po’ sottotono, non ai livelli de “Il succhiapollice” o di “Traffic”, in cui aveva piccole ruoli, ma ben caratterizzati) e John Leguizamo (“La terra dei morti viventi”), rozzo, grottesco e sopra le righe, proprio come ci si aspetterebbe da un parvenu o presunto tale.
Il film si regge proprio su loro tre, complice anche una Mezzogiorno per niente in forma, completamente inespressiva e incapace di pronunciare il benché minimo dialogo senza ritrovarsi a bisbigliare e a comunicare sempre lo stesso senso di instabilità, che se in alcuni casi può andar bene, in altri distoglie l’attenzione dal film e la concentra sui soldi sprecati per acquistare il biglietto.
Azzeccata la scelta di Newell (e di Harwood) di far ricorso al flashback per narrare gli eventi, mentre non è per niente condiviso il soffermarsi su aspetti di secondaria importanza o gli innumerevoli tempi morti, così come si nota un vago senso di incertezza nelle inquadrature, molti i campi lunghi e le inquadrature aeree, completamente fuori luogo, che richiamano alla mente un documentario prodotto dal “National Geographic”.
Il film scorre lentamente per tutti i suoi 139 minuti, annoiando e non lasciando nessuno spunto per un’eventuale quanto futile, considerata la qualità del film, discussione a posteriori.
Si consta poi una sovrabbondanza di nudi femminili, il più delle volte ingiustificati, che non rendono né il film più vero né tanto meno catturano l’attenzione dello spettatore, involontario testimone delle bassezze stilistiche operate.
Concludendo, il lavoro di Newell, che da un po’ di tempo a questa parte delude parecchio (il suo “Harry Potter e l’ordine della fenice” è un esemplare di rara monotonia), si riduce ad una lunga attesa, ad un vano incontro e ad una magra consolazione.
Attempato e fuori luogo.
 
Voto *

di  A. Mattia “Hindush” Veltri

Recensione: L’amore ai tempi del coleraultima modifica: 2008-01-19T22:15:00+01:00da admin
Reposta per primo quest’articolo