Recensione: Io sono leggenda

Io Sono Leggenda

f755fccbb97c385bcd48a9c4530c8955.jpgRegia: Francis Lawrence
Sceneggiatura: Mark Protosevich, Akiva Goldsman
Cast: Will Smith
Durata: 90 min,colore 


Opera seconda di Francis Lawrence (dopo il deludente “Constatine”), che porta per l’ennesima volta sul grande schermo il romanzo di culto di Richard Matheson, dal titolo omonimo (edito per la prima volta nel 1954), avvantaggiandosi di un esoso budget (si parla di circa 150 milioni) utilizzato per riprodurre al meglio una desolata Manhattan.
Il prode Robert Neville è interpretato questa volta dall’aitante Will Smith (nelle precedenti trasposizioni è stato interpretato da Vincent Price e Charlton Heston), che ben si presta al fracassone titolo made in USA.
La pellicola è in sostanza un elogio della computer grafica (non sempre stupefacente) e dei dialoghi asciutti e ruota intorno alla carismtica figura di Neville, unico superstite ad un’epidemia/pandemia che ha sterminato per la quasi totalità il genere umano e che costringe le persone contagiate a fuggire la luce.
Ciò che lo differenzia, principalmente, dai suoi predecessori è la ricerca di una componente “action”, spesso forzata, che per quanto “elitaria” nel complesso dei 90 minuti, tende a prevalere sull’introspezione psicologica del protagonista e sulla necessità, per un uomo rimasto solo, di re-instaurare rapporti con altri esseri umani (fulcro dell’opera cartacea, ridotto all’osso con l’implementazione di un paio di manichini, specchio della solitudine).
L’idea di Matheson, originale sia al tempo che al giorno d’oggi, era quella di sovvertire il “naturale” ordine delle cose e anziché presentare un mondo in cui il vampiro è l’unico estraneo rispetto ad un mondo di “normali” esseri umani, l’uomo si ritrova ad essere unico in un mondo popolato da vampiri, Mark Protosevich e Akiva Goldsman invece, vuoi per svecchiare la storia, vuoi per fornire un punto di visione differente da quello che si è abituati a vedere, trasformano i vampiri in infetti (in ogni caso fotosensibili) e Robert Neville, da latticino e smunto, in un afro-americano palestrato, esperto in armamenti e immortale (quasi che la leggenda del titolo alluda a  questa sua peculirità).
Non mancano le sequenze degne di nota (a livello visivo), ma per tutto il tempo, il film di “Lawrenciana” fattura, mette in mostra l’inesperienza del suo regista, incapace di adempiere anche alle funzioni basilari del mestiere, “supportata” da una sceneggiatura lacunosa, che lascia molte porte aperte alla libera interpretazione senza fare chiarezza su molti aspetti della vicenda.
Punto forte del film è l’atletico Smith, costantemente davanti alla telecamera, che riesce a catturare  l’attenzione dello spettatore, non certo  lavorando sui brillanti dialoghi o sulla sua mimica (anche se a tratti si ritrova a mostrare qualcosa oltre ai soliti muscoli scolpiti), quanto per la “fisicità” con la quale regge l’intero film.
Per quanto riguarda il resto del cast, completamente sottotono, non ci sono elementi validi per giudicarlo, sia le comparse che le persone con cui Neville/Smith entra in contatto non risultano rilevanti ai fini del film, se non per puro senso estetico.
Completamente bocciata, inoltre, la decisione di un “capo” dei mutanti (fino a qualche minuto prima descritti come privi di senno logico) che perseguita il personaggio di Smith per tutto il film, quasi si trattasse di una faccenda personale, come inspiegabile risulta essere il proliferare di animali tipici della fauna africana che si ritrovano invece a pascolare e cacciare per le strade di Manhattan.
Mero fine visivo.
Scontato e prevedibile il finale (differente per svolgimento da quello propinato da Matheson nel libro), che si risolve in maniera piuttosto sbrigativa e in puro stile “americano”.
Sul piano prettamente estetico nulla da eccepire sulla fotografia di Andrei Lesine (che in tempi recenti ha curato anche quella del film “King Kong”), sottotono invece il comparto musicale, con un James Newton Howard (“Il sesto senso”) sottotono, completamente deludenti invece gli effetti “speciali”, supervisionati da un attempato Patrick Tatopoulos (che con Will Smith aveva già avuto modo di “collaborare” in “I, robot”).
In fin dei conti ci saremmo aspettati qualcosa in più oltre al solito action movie mascherato da film horror/sci-fi, ma per un’ora e mezza di intrattenimento è più che sufficiente, soprattutto se visto in una sala cinematografica e nell’ottica del film “fracassone” con la storia che fa solo da contorno alla resa scenica.
Leggendario (lo sceneggiatore che si dedicherà in futuro anche all’introspezione caratteriale dei personaggi).
 

VOTO: **

 

di A.Mattia “Hindush” Veltri

Recensione: Io sono leggendaultima modifica: 2008-01-19T22:03:39+01:00da admin
Reposta per primo quest’articolo