Recensione: American Gangster

American Gangster

001c7777f8b22de37bb30abb98330742.jpgRegia: Ridley Scott
Sceneggiatura: Steven Zaillian
Cast: Denzel Washington, Russel Crowe, Josh Brolin, Chiwetel Ejiofor, Cuba Gooding Jr.
Durata: 158 min, colore

Mano posata ed inquadrature ben studiate, musiche che ben si intonano alle immagini che scorrono sullo schermo, un cast di prim’ordine.
E’ questo il ritorno, in grande, di Ridley Scott, dopo la parentesi intimistica di “Un’ottima annata” e il deludente “Le crociate”, che segna un nuovo inizio, come auspichiamo, e una rinata voglia di fare cinema, nel vero senso della parola.
La storia è quella vera di Frank Lucas, afroamericano nato e cresciuto a New York, e della sua scalata al potere, che termina, come tutti i sogni, in maniera brusca.
Da un lato un Denzel Washington in grandissima forma, immenso, riempie lo schermo e catalizza su sé tutte le attenzioni, dall’altro Russel Crowe, più dimesso e non tanto in forma, ma capace di attutire i colpi del gigante nero.
Nel primo tempo l’unico elemento di spicco è proprio il personaggio di Frank Lucas, sguardo pacato, postura salda e carisma, come un magnete fa convergere a sé ogni cosa, non c’è spazio per l’anonimo Richie Roberts, il detective dell’anti-droga che gli dà la caccia, né per nessun’altro.
Come due moderni duellanti, Lucas e Roberts si alternano sullo schermo, uno alla ricerca dell’altro, fino all’inevitabile incontro/scontro finale.
La storia è tra le più classiche, ascesa e declino del personaggio di turno, ma il modo in cui Scott provvede a narrarla (non c’è una sola inquadratura in cui la mano non sia ferma o le musiche intonate alla situazione), facendo ricorso anche alla sua trentennale esperienza, contribuiscono a confezionare un prodotto di gradevole fattura, solido e calibrato (questo anche grazie all’apporto del cast, quasi tutto all-black che spazia dal già citato Washington fino ad arrivare a Chiwetel Ejiofor,  Cuba Gooding Jr., Russel Crowe e Josh Brolin).
Il paragone con il film di Coppola “Il padrino”, chiamato in causa dal poster italiano è, oltre che scomodo, quanto mai inutile e fuori luogo.
Sono certo innegabili le analogie tra le due pellicole, come la scelta di inquadrare New York dal “basso” senza le classiche riprese aeree da cartolina e senza la ricerca dei luoghi topici tanto cari alla comune memoria della città, ma il “distacco” tra i due avviene nel momento in cui da un lato abbiamo un intenso coinvolgimento emotivo, che si snoda per l’intera trilogia scritta da Puzo, e dall’altro un parteggiare, quasi involontario e prevedibile, per il cattivo, per l’uomo nero, che si rivela nero solo per il colore della pelle e non negli intenti, che seppure illegali, seguono un determinato codice morale ed etico, riconducendo il tutto ad una pragmatica crime story, fatta di vendette e sangue a fiumi (nota atipica per un film dello stesso “genere”).
Il merito del regista è quello di inquadrare sia il lato chiaro che quello scuro della vicenda, supportato anche dal lavoro di Steven Zaillian alla sceneggiatura.
Il paragone più auspicabile e ammissibile, a questo punto, sarebbe quello con un altro gangster movie divenuto cult, “Scarface” di Brian De Palma.
Entrambi i protagonisti inseguono il sogno americano ed entrambi, stretti nella morsa del successo e del potere, finiscono per rovinarsi con le proprie mani, ma anche questo è un paragone che non regge, “American gangster” è un prodotto a sé, rinchiuso nei settanta della Grande Mela e autoconclusivo, che non lascia spazio ad un “e poi…”, è storia vera, vissuta e scandita dai ritmi di un’epoca, e di un’Harlem, ormai lontana.
Purtroppo è proprio nel dualismo (tema caro a Scott sin dal suo esordio con “I duellanti” e ripreso un po’ in ogni suo lavoro successivo) che risiede il più gran difetto del film, la storia stenta a prendere una svolta decisiva e per un bel po’ si fatica a seguire le vicende di Lucas da un lato e Roberts dall’altro, così distanti tra loro, e ad entrare nelle maglie della trama, che ogni tanto rischia di ricadere nel clichè tipico del genere, il “voglio essere come te”, dettato anche nella mente dello spettatore dall’impossibilità di non “affezionarsi” al “cattivo”.
Per finire note al merito alla fotografia spenta e dimessa, che immerge anche lo sguardo negli anni Settanta, opera di Harris Savides (“Zodiac”) e alle scenografie d’Arthur Max (“Le crociate”).
Discorso a parte merita la magnifica colonna sonora, contenente brani dei Public enemy, John Lee Hooker e Bobby Womack, ma che è minata da musiche originali, composte da Marc Streitenfeld (“Un’ottima annata”), anonime e sotto tono
Gangster movie atipico da una parte e canonico dall’altro, quest’ultima fatica di Ridley Scott va ben oltre le più rosee aspettative, non resta che sperare che non si tratti di un fuoco di paglia e che in futuro si possa tornare ad inneggiare al regista che ha reso oscuro e incerto il futuro (“Blade Runner”).
A volte ritornano.

Voto **** 

di  A. Mattia “Hindush” Veltri

Recensione: American Gangsterultima modifica: 2008-01-19T22:10:00+01:00da admin
Reposta per primo quest’articolo