07/02/2008

Recensione: L'esercito delle 12 scimmie

L'esercito delle 12 scimmie

e7744d673730534c5ac813f5c39fc54e.jpgRegia: Terry Gillim
Sceneggiatura: David Peoples
Cast: Bruce Willis, Madelaine Stowe, Brad Pitt, Christopher Plummer
Durata: 130 minuti

Sin dal principio, “L’esercito delle 12 scimmie”, si rivela un prodotto particolare, sin dai vorticosi titoli di testa che vedono delle scimmie tenersi per mano in una incessante spirale e in sottofondo un ritmico suono angosciante e ipnotico.
Lo spunto per il film è venuto a Gilliam in seguito alla visione di “La Jetée” (allucinata opera diretta da Chris Marker nel 1966 in cui dei sopravvissuti alla terza guerra mondiale cercano un sistema per viaggiare nel tempo ed evitare lo scoppio della guerra), amplificandone tuttavia il potenziale visionario e la simbologia in esso contenuti.
Nel riadattamento sono gli animali a regnare sovrani sulla superficie terrestre, l’uomo ha perso infatti la capacità di controllare le sue azioni, ha perso la possibilità di vivere nel mondo di sopra ed è costretto a vivere nel sottosuolo.
Il futuro presentato da Peoples, Gilliam e Beecroft, rispettivamente sceneggiatore, regista e scenografo del film, è quanto di più distante possa esistere dai classici canoni della fantascienza, avvicinandosi nell’aspetto (e nei “contenuti”) maggiormente ad un Orwelliano ”1984” (libro caro a Gilliam, che ne aveva precedentemente proposto le tematiche in “Brazil”) che ad un “Blade Runner” o un “2001” qualsiasi.
Il film si regge interamente su Willis, partecipazione “sentita” la sua, che appare sempre allucinato e fuori dagli schemi, e su Pitt, la cui prova è purtroppo minata da un doppiaggio non eccelso, sulla sufficienza la Stowe, che non brilla certo di luce propria.
L’ambiguità che fa da sfondo all’allucinato lavoro di Gilliam esce fuori nella rappresentazione del manicomio, che scimmiotta in un certo senso la rappresentazione fornitane da Forman nel suo “Qualcuno volò sul nido del cuculo” e i suoi stereotipi, ponendo un quesito a cui neanche la conclusione dell’opera sa dare risposta: sono le persone rinchiuse nel manicomio ad esser folli o lo sono tutte le persone che popolano il mondo “esterno”?
La storia ruota, sostanzialmente, proprio intorno a questo concetto, quasi come se si trattasse di un’allucinazione.
La trama si evolve tra i deliri di James Cole (Willis), le paranoie di Jeffrey Goines (Pitt) e l’incredulità della dottoressa Railly (Stowe).
L’eccentricità del regista non tarda a venir fuori (come in quasi tutti i suoi film), viene a crearsi un’alternanza tra elementi grotteschi e comici, con brevi “siparietti” sopra le righe che catapultano lo spettatore, (in)volontario osservatore/custode della verità (il finale ci viene anticipato nell’incipit), in un’alienata realtà alternativa fatta di suoni, luci e colori conformi ai nostri in quanto all’aspetto, ma dalla peculiarità completamente differenti.
E’ tuttavia lasciato allo spettatore il compito di decifrare i segni lasciati nel corso della pellicola per ottenere una spiegazione dalla parvenza quanto meno razionale.
L’alternarsi in modo frenetico tra passato, presente e futuro arriva purtroppo a confondere lo spettatore, che ad una prima visione potrebbe, anzi è quasi certo, trovarsi spaesato.
E’ questo l’unico difetto imputabile alla pellicola, che va ad inficiare sul giudizio finale, ma a ben vedere è anche il suo maggior punto di forza (allo stesso espediente narrativo, seppur con risultati qualitativamente inferiori, ha fatto ricorso Richard Kelly nel suo “Donnie Darko”).
Il finale, in un certo senso aperto, lascia adito a diverse interpretazioni.
La cupa e sterile fotografia è opera di Roger Pratt, mentre la colonna sonora, caratterizzata, oltre che da brevi motivi, da un unico lungo brano che si ripete ad intervalli regolari, con sonorità ipnotiche, per tutti i 130 minuti, è opera di Paul Buckmaster.
Atemporale.
 

Voto **** 

di  A. Mattia "Hindush" Veltri

Recensione: Aliens vs Predator 2

ALIENS vs PREDATOR 2


078592f331fee8342862134578531ff1.jpgRegia: Colin Strause, Greg Strause
Sceneggiatura: Shane Salerno
Cast: Steven Pasquale, Reyko Aylesworth, John Ortiz, Johnny Lewis
Durata: 86 minuti

I sequel sono sempre un prodotto difficile da trattare, soprattutto quando si tratta di riportare su schermo due mostri (e proprio il caso di dirlo) sacri come “Alien” e “Predator”.

Il film, diretto dagli esordienti Strause (si occupano generalmente degli effetti visivi), riprende dove finisce il precedente diretto da W.S. Anderson.
La torbida sceneggiatura, tallone d’Achille della pellicola, è di Shane Salerno (“Shaft”).
Tutto è inevitabilmente forzato, ogni evento accade perché “deve accadere” e non perché c’è una consenquenzialità di eventi che li determina.
Ogni personaggio, nessuno escluso, è caratterizzato alla “bene e meglio” e racchiude in sé tutte le caratteristiche tipiche del personaggio da teen-horror movie, carattere piatto, zero introspezione psicologica ed un destino già segnato dalla loro prima apparizione sulla scena.
Eroe di turno è l’inespressivo Steven Pasquale, che riesce a farsi odiare come pochi altri nel giro di 5 minuti dall’inizio della pellicola, scontrandosi con la sua nemesi (non vi preoccupate, nel corso della storia diverranno grandi amici e arriveranno anche a combattere fianco a fianco) John Ortiz (“American gangster” e “Miami Vice”), che interpreta, in questa fiera del luogo comune, lo sceriffo Morales.
Ma c’è anche chi, come Reyko Aylesworth (“24” e al cinema “Mr. Brooks”) e Johnny Lewis (altro attore da serial tv, con “The O.C.”, e presto nuovamente in sala con “One missed call”), riesce a fare di peggio.
La prima è una brutta copia d’Ellen Ripley, inquadrata nell’attuale contesto della guerra in Iraq, che non brilla per carisma ed è sempre con il broncio, il secondo, invece di limitarsi ad interpretare il ruolo dello sfigato e dell’outsider (come ci si aspetterebbe da un degno comprimario di un simile prodotto) pensa bene di reinventarsi “spaesato” in oni singola inquadratura.
I due protagonisti, come si evince dal titolo, avrebbero dovuto essere gli Alien e il Predator, tuttavia, come nel precedente episodio, l’azione scenica finisce invece per concentrarsi sugli umani e sulla loro disperata (?) fuga.
Le poche volte in cui s’intravedono (perché l’illuminazione sembra essere diventato un optional troppo costoso a Hollywood di questi tempi) le due creature (che solo dal secondo tempo incominciano a condividere la scena), tutto risulta confusionario, c’è infatti una totale mancanza di pathos e le coreografie sono “mal studiate” nei minimi particolari.
Il finale, irrimediabilmente forzato e prevedibile, fa tirare un sospiro di sollievo e la finta “imprevedibilità” della sceneggiatura lascia il posto ai titoli di coda.
Tuttavia è anche sul piano tecnico che si annidano altri difetti, innanzitutto le inquadrature, confusionarie, prive di nesso logico e, in alcuni frangenti, insensate (il tutto sembra esser stato affidato all’Automavision tanto caro a Lars Von Trier) e anche il design del nuovo mostro di “casa” Fox (il Predalien), tanto atteso al suo esordio sul grande schermo, è deludente (a tratti ricorda il becero mostro del film “Creatura”).
Ma allora cosa c’è di buono in questa catastrofe?
A conti fatti nulla, se non il poter vedere i due mostri scontrarsi , ma il tutto è condito, come detto in precedenza da grossolani errori e “arricchito” da una pessima fotografia (a tratti ricorda quella dell’altro brutto di casa Fox, “Le colline hanno gli occhi 2”) e da effetti speciali nella media (sarebbe il minimo, considerando che gli Strause sono “famosi” come supervisori degli effetti speciali attraverso la loro società, la “Hydraulx”).
Inevitabile il paragone col precedente lavoro di Anderson, che pur nella sua “bruttezza” risulta a tratti più coerente con quello che è lo spirito  delle due saghe cinematografiche, salvo perdersi nella parte finale e in alcuni (per niente marginali) dettagli.
Sembrava impossibile fare peggio, ma il dinamico duo c’è riuscito in pieno.
Se il buongiorno si vede dal mattino…
Predatrice (la Fox, che realizza questi “film” al solo scopo di fare soldi, non pensando ai paganti spettatori, o meglio, non rispettandoli).

Nota a margine:
Il nostro Raoul Bova, per quanto non brilli per espressività, è dieci spanne avanti rispetto ad ognuno degli attoruncoli che ha preso parte a questo disastro.
Inoltre è ingiustificato il divieto (ma è solo italiano) di visione ai minori di anni 18.
 
 
 
Voto 1/2 (Tanto per prendersi in giro e non dire che il voto sia 0)

di  A. Mattia "Hindush" Veltri

 

20/01/2008

Recensione: Il risveglio delle tenebre

Il risveglio delle tenebre


418e7c6df54cf62fa5fb84694d338ed3.jpgRegia: Steven L. Cunningham
Sceneggiatura: John Hodge
Cast: Alexander Ludwig, Christopher Eccleston, James Cosmo, Ian McShane
Durata: 94 min, colore 

E’ la classica, ed eterna, storia dello scontro tra la luce e le tenebre quella messa in scena in “Il risveglio delle tenebre”, primo lavoro “importante” per Steven L. Cunningham.
Un giovane ragazzo (Alexander Ludwig) deve cercare dei “segni” per scongiurare la fine del mondo, in queste poche parole è riassumibile la trama e nulla sembra esser andato per il verso giusto.
L’incipit è molto fiacco e ricco di clichè (famiglia numerosa, protagonista che fatica ad ambientarsi, padre che a stento trova un lavoro) al punto tale da aver l’impressione di aver già visto il film ed è facilmente intuibile com’evolverà la vicenda e, soprattutto, come si concluderà.
Ossessive le musiche di sottofondo, composte da Christophe Beck, che si intromettono per tutti i 94 minuti, atte forse a giustificare l’acquisto della colonna sonora.
Il protagonista, il giovane Will Stanton, non è per nulla convincente, privo di carisma, si presenta in scena sempre con lo sguardo affranto o assente.
E’ difficile, dunque, seguire anche la storia, minata oltre che dalla sopraccitata inespressività del protagonista anche da una partecipazione a puro scopo “remunerativo” del resto del cast. In aiuto non viene certamente il montaggio, si susseguono, infatti, una serie di scene prive di un filo conduttore, infarcite con dialoghi stereotipati all’inverosimile e ricche dei topici eventi  cari ai film fantasy (e non solo), come l’ormai inflazionato gesto di utilizzare internet per dare una svolta al film (banalità delle banalità, il protagonista inserisce come chiave di ricerca “Light and darkness”).
Il risultato conclusivo è un lungo videoclip che vede un alternarsi di scene al ralenti, ingiustificate, in ogni scena di “combattimento” e sequenze “accelerate” inverosimilmente, quasi si trattasse del trailer e non del film vero e proprio, un protagonista che si ritrova con dei “poteri” da un momento all’altro, senza che sia fornita una spiegazione razionale, un tentativo di introspezione psicologica che serve solo ad infiacchire la storia principale e uno dei peggiori villain degli ultimi tempi (Christopher Eccleston, “28 giorni dopo”).
L’unico spunto buono in questo marasma è l’idea del viaggio nel tempo, ovviamente sfruttata malissimo dall’inesperto Cunningham, privo d’inventiva e delle capacità basilari per portare avanti la vicenda del giovane Stanton.
La sua unica sufficienza, stentata in ogni caso, il film la raggiunge nel comparto tecnico, con una fotografia di mediocre qualità, opera di Joel Ransom (tuttavia c’è un’elevata variazione cromatica tra una scena e l’altra) e degli effetti speciali di buon livello.
Il finale è scontato e prevedibile e si tira un sospiro di sollievo quando s’iniziano ad intravedere i titoli di testa.
La considerazione più ovvia è che allo stato di cose attuali, essendo il genere molto prolifico ad Hollywood, si sia abbassata la qualità delle produzioni cinematografiche ed arrivino sul grande schermo (ma molti sono anche i film che escono direttamente in versione domestica) script non proprio esaltanti o/e venga adattato qualsiasi romanzo che contenga al suo interno un essere dalle orecchie a punta o una fatina.
Viene dunque da chiedersi se il flop dell’anno, per quanto riguarda i film fantasy, sia questo “Il risveglio delle tenebre” o l’altro polpettone propinatoci nel periodo natalizio dalla New Line Cinema (“La bussola d’oro” ndr), onestamente la scelta propende per il primo, che si ritrova ad essere il degno rappresentante di tutto ciò che un film, indipendentemente dal genere in questo caso, non deve essere, facendo a tratti rimpiangere anche la scialba interpretazione di Sandra Bullock nel pessimo “Premonition”.
Costipato e noioso.
 
Voto S.V. (Da leggersi come 0)

di  A. Mattia "Hindush" Veltri